Il gioco della Pelota

La Grande Pelota

Storicamente, il gioco della pelota era praticato non solo dai Maya, ma da altri popoli precedenti, come gli Olmechi.

Il gioco consisteva nel far scivolare la palla all’interno di anelli di pietra, servendosi di ginocchia e fianchi. Vinceva chi per primo portava a segno la palla.

 

Secondo le più recenti interpretazioni, pare che fosse proprio il vincitore a sacrificarsi. Uno dei bassorilievi vicino al campo mostra la decapitazione del vincitore nel cortile centrale. Dal suo collo fuoriescono dei serpenti. La vittima è raffigurata in ginocchio davanti ad una palla, all’interno della quale c’è un teschio che pronuncia riti funebri. Altre immagini immortalate lungo il basamento dei muri mostrano le due squadre, formate da 7 partecipanti ciascuna.

Il gioco della pelota è una rappresentazione simbolica degli eventi del 2012?
A molti studiosi della simbologia maya sembra essere proprio una metafora di quello che accadrà.

Giocatore davanti al teschio

La simbologia che ritroviamo nel cortile, nella palla e nell’anello vicini alla piramide di Chichén Itzá, sono alquanto rappresentative. La Grande Pelota, uno dei nove campi della palla di Chichén Itzá, nel cuore della foresta amazzonica, è il più grande di tutto il centro America, e farebbe pensare alla Via Lattea.

Secondo alcuni rappresenta invece la Terra. L’anello di pietra al centro del campo indica il centro della galassia.
Ai due lati del campo, sono presenti due piattaforme sulle quali si erigono dei templi dedicati al Sole e alla Luna.

Particolare del vincitore decapitato

 

Nel dicembre 2012, per allinearsi, il Sole si dirigerà verso il centro della galassia.
La simbologia è nella palla che rappresenta il Sole e che, entrando nell’anello di pietra, rappresenta la “fine del mondo”.

Anello di pietra


 

 

 

Il gioco, tuttavia, è legato anche al culto del Sole, che ogni giorno rinasce, abbandonando le tenebre. È per questo che il giocatore che lascia cadere a terra la palla sarà sacrificato, avendo impedito al Sole di tornare a sorgere.

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Nostradamus

Michel de Notre-Dame, astrologo, scrittore e speziale di Francia, viene comunemente chiamato Nostradamus, ed è considerato, al pari di san Malachia, uno dei maggiori scrittori di profezie.

Nostradamus

Vissuto intorno al 1500 in Francia, si dedicò allo studio di molte discipline, quali matematica, astronomia e astrologia, ma fu costretto a lasciare gli studi universitari a causa della peste. Studi che riprese anni dopo presso l’Università di Monpellier, non riuscendo però a conseguire la laurea in Medicina a causa della sua precedente formazione da speziale, per la quale non era visto di buon occhio e che non era riconosciuta nella formazione universitaria. Negli anni della peste, infatti, pare che Nostradamus si fosse dedicato alla ricerca delle erbe: suo obbiettivo era quello di trovare dei medicinali a base di erbe, quelli che oggi definiremmo fitoterapici, per curare questa terribile malattia.

Determinato da un forte spirito visionario, Nostradamus scrisse una vasta opera in rima, Les Propheties, della quale ci sono pervenute delle quartine in rima, raccolte in gruppi di cento. Purtroppo, le ultime 48 quartine non ci sono pervenute. Obbiettivo dello scrittore era quello di comporne mille.

Le rime avrebbero dovuto essere scritte dapprima in francese, ma poi, visto il fanatismo religioso che rischiavano di scatenare, lo scrittore preferì corredare i versi di termini presi in prestito dal greco, dal latino, dall’arabo e dall’italiano, ma anche dal provenzale e dall’ebraico. Deriva da questa commistione una delle principali difficoltà interpretative del testo.
Da un riscontro storico successivo, secondo alcuni, queste profezie sarebbero più che attendibili, proprio perché molti degli eventi previsti dallo scrittore si sarebbero verificati regolarmente, nel periodo stabilito. Tra questi, la Rivoluzione Francese nel 1789, la bomba atomica e l’ascesa di Hitler al potere. Non da ultimo, l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri Gemelle.

Si tratta, in realtà, di riscontri fatti sempre a posteriori, e le quartine hanno pochi riferimenti identificabili oggettivamente, oltre al fatto che l’interpretazione del testo è legata a pareri discordi tra gli stessi studiosi.
Cosa scrive Nostradamus a proposito del 21 dicembre 2012?

Nella quartina 41, Nostradamus parla dei due soli, ed in questo pare rinviare alla profezia hopi:

C2:Q41

Nuee fera deux soleils apparoir:
Le gros mastin toute nuit hurlera,
Quand grand pontife changera de terroir.

The great star will burn for seven days,
The cloud will cause two suns to appear:
The big mastiff will howl all night
When the great pontiff will change country.

Lo scrittore parla, del termine di un ciclo, e dell’inizio di una nuova Era. Nulla di diverso, a quanto pare, da quello che ci viene detto da altre profezie, enunciate da personaggi di epoca storica diversa e geograficamente lontani. Il comune denominatore è un tempo di crisi, che porterà ad un conflitto al termine del quale si avrà un periodo di pace sulla Terra.

Nonostante i numerosi dubbi sulla validità delle sue profezie, molti ritengono le quartine di Nostradamus sempre molto attuali, e collocabili in diverse epoche storiche, anche se molte volte “adattate”. Altri ritengono che il limite della loro validità stia nell’incapacità di tradurle nel modo più corretto. In realtà, la figura di Nostradamus è, ancora oggi, una di quelle più apprezzate.


Leonardo Fibonacci

Nato a Pisa nel 1170, Leonardo Fibonacci era figlio di un mercante pisano dedito ai traffici nel Mediterraneo e fu abituato fin da piccolo a vivere nei paesi arabi, dove apprese i principi dell’algebra e del calcolo. Spesso presente alla corte dell’imperatore Federico II di Svevia, divenne presto tra i principali creatori delle cosiddette “scienze esatte”, che riportavano in auge gli stati italiani dopo l’oscurantismo medioevale.
A lui si deve l’ideazione di un principio, detto la “sequenza di Fibonacci”, secondo il quale si ha una serie di numeri, ciascuno dei quali rappresenta la somma dei due che lo precedono.

Tale scoperta rappresentò la prima progressione logica della matematica, e trovò grande applicazione nelle sue successive composizioni. Tra le sue opere più importanti, va ricordato il “Liber abaci”, che raggruppava tutte le conoscenze algebriche ed aritmetiche, oltre ad essere fondamentale per lo sviluppo della matematica nell’Europa occidentale e nella semplificazione dei commerci.

Il nuovo sistema di numerazione, quello indo-arabico, attribuiva alle cifre un determinato valore a seconda del posto che occupavano. Fu per questo che Fibonacci introdusse un nuovo simbolo, lo zero o “0”, atto a designare le posizioni vacanti.

La sequenza risultava allora composta da una serie di numeri ed era simile a questa: 0,1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144 ecc. e presentava diverse proprietà.

Perché la serie di Fibonacci ha un ruolo così importante?
Si tratta di una sequenza che ritroviamo, dapprima a livello matematico, e che successivamente trova riscontro in ogni campo di applicazione: dal disegno all’architettura, dalla biologia all’economia, ai sistemi informatici, fino ad arrivare al segmento aureo.

Dalle forme naturali, quali la spirale delle conchiglie, al numero dei petali di un fiore, sembra che i numeri del matematico pisano tornino sempre in tutto ciò che ci circonda. Nel corpo umano, in misura diversa tra l’uomo e la donna, la serie di Fibonacci governa i rapporti in una proporzione che è sempre la stessa, e che ritroviamo alla base di tutte le popolazioni. Il codice che si ottiene dividendo questi numeri uno per l’altro sarà un rapporto sempre identico, perché la proporzione che ci governa, sia dentro che fuori dal nostro corpo, è sempre la medesima.

Se ci sforziamo un po’, riusciamo a trovare dei collegamenti utili all’argomento che trattiamo, e in modo particolare con il 21, che sembra essere un numero che si ripete più volte, sia in campo astrologico che profetico. Basti pensare al numero dei frammenti che colpirono Giove nel 1994, alle 21 onde d’urto che attraversarono lo spazio e colpirono la terra, alla quartina indicata da Nostradamus come profezia di fine anno, e proprio alla data che ci è cara: il 21 dicembre 2012.

Per un articolo molto interessante su questa serie numerica e le sue curiosità, vi rimando al seguente link: http://www.nonsolocittanova.it/fibonacci.htm.


Il calendario maya e il calcolo del tempo

Quello che appare chiaro, studiando la simbologia maya, è che questo popolo fosse affascinato, se non addirittura ossessionato, dal tempo. I Maya pensavano che un evento accaduto in passato si sarebbe ciclicamente ripetuto.
Il tempo, dunque, non è inteso come lo vediamo noi occidentali, cioè come una sequenza lineare, dritta, che punta in avanti verso l’infinito, ma è concepito in modo ciclico.

I Maya lo avevano suddiviso e regolato in tre calendari:

il calendario civile, o solare, o ciclo Haab. Questo’ultimo era formato da 18 mesi di 20 giorni ciascuno. Il totale era di 360 giorni. Come arrivare dunque alla durata dell’anno solare di 365 giorni? Veniva aggiunto un ultimo mese, costituito solo da 5 giorni, e il cui nome era Uyaeb. Va detto che gli ultimi cinque giorni rappresentavano, per questo popolo, un periodo nefasto, durante il quale era vietata qualunque cerimonia.

Il ciclo Tzolkin, il calendario sacro, cerimoniale, formato da 13 mesi di 20 giorni. Il totale era di 260 giorni. Durata, questa, coincidente con il periodo della gestazione umana. Era infatti utilizzato per comprendere i diversi momenti dell’esperienza umana e per raccordare gli eventi celesti a quelli terreni. È questo che scandisce la vita quotidiana dei Maya, che lo utilizzano per determinare, giorno per giorno, le scelte importanti, come la data di una battaglia, la decisione del nome da dare ad una persona, prevedere le eclissi o il ciclo di Venere, in base al nome del giorno stesso e all’allineamento planetario ad esso associato. Ogni giorno, infatti, aveva il proprio nome, ed un significato particolare.
• Combinando i due cicli Haab e Tzolkin, in modo simile agli ingranaggi di una ruota. i Maya creano un calendario circolare, pari ad un ciclo di 52 anni, che unisce l’anno solare e l’anno sacro. In esso, i numeri, i giorni e i mesi, si ripetono ogni 52 anni. È un ciclo che equivale al nostro secolo, e serviva loro per tenere sotto controllo lo scorrere del tempo, giorno per giorno.

Secondo il dott. Arlen F. Chase, antropologo presso l’University of Central Florida, i Maya potevano ritenersi fortunati se vivevano un intero ciclo di 52 anni, poiché era quella l’età media della loro vita. Ci sono pervenute notizie di pochi esponenti della civiltà maya che si siano avvicinati agli ottant’anni. Tuttavia, il ciclo dei 52 anni, sembrava essere superato da un conteggio ancora maggiore.

Fu Förstemann il primo studioso ad accorgersi che, oltre al calendario circolare, i Maya segnavano il tempo anche con un altro sistema: il lungo computo.

Il lungo computo permette ai Maya di calcolare la presunta data della fine del mondo, partendo dal giorno di nascita mitico della loro civiltà, e trascendendo la vita individuale. Dopo anni di studi astronomici, archeologici e iconografici, gli studiosi riescono finalmente ad individuare la data d’inizio dell’Era in corso: il 13 agosto 3114 a.C. e la data della sua presunta fine, il 21 dicembre 2012, esattamente 5.125 anni dopo. Per i Maya, quella data corrisponde al 13 Baktun e al Giorno del Giudizio, in cui si realizzerà un nuovo punto zero. Ogni 13 Baktun, quindi ogni 5.125 anni, il tempo “finisce” poiché termina un’Era e ricomincia un altro ciclo cronologico. Il calendario maya prevede dunque cinque grandi Ere cosmiche, ognuna della durata di 5.125 anni, quattro delle quali sono già trascorse. Secondo questo calendario, che calcola la durata del Giorno Galattico, formato da 5 Ere di 5.125 anni ciascuna, ci troviamo alla fine della Quinta Era, e al compimento del 25.625° anno.

Il 21 dicembre 2012, costituirà quindi il termine del Giorno Galattico, nel quale la Terra compirà il giro precessionale intorno al proprio asse. Questa fase è chiamata infatti anche precessione degli equinozi.

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I Maya

L’antica cultura maya si fa risalire ad una civiltà precolombiana, insediatasi lungo le coste e nell’entroterra dell’odierno Messico e dell’America Centrale. Le fasi in cui viene distinta l’età di questo popolo sono tre, di cui la prima è datata, secondo fonti ufficiali, intorno al 1.500 a.C. Fonti ufficiose, al contrario, sembrano collocare tale civiltà in tempi nettamente più remoti. Sembra infatti che il calendario maya risalga addirittura a 18.000 anni fa.

Il popolo maya ebbe una tale conoscenza in campo astronomico, tale da giustificare la creazione di un calendario lungo e complesso, che si arresta ai giorni nostri, con il finire della Quinta Era, in corrispondenza del 21 dicembre 2012.
Il ciclo in questione era iniziato il 13 agosto del 3114 avanti Cristo, ed aveva una durata di 5.125 anni.
Secondo alcuni studiosi, in realtà, non furono i Maya i primi a tracciarlo, ma lo adottarono certamente, fino a farne arrivare notizia fino a noi.


Il calendario maya

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