Bendandi e la scomparsa di Atlantide

Sulla scomparsa di Atlantide, il continente mitologico inabissatosi migliaia di anni fa, si sono avvicendati studiosi di tutte le epoche, e anche Bendandi disse la propria.
Di fatto, le uniche fonti scritte alle quali rifarsi per individuarne la realtà storica sono alcuni dialoghi di Platone, vissuto ad Atene tra il 428/427 a.C. e il 348/347 a.C., e che raccolgono le narrazioni di Solone, vissuto però almeno cento anni prima. Lo stesso Solone avrebbe a sua volta riportato dei racconti recepiti forse dagli Egizi, e non vissuti in prima persona. Anche in questo caso non si può parlare, pertanto, di fonti dirette, ma solo di tradizioni orali, poi trascritte. Né ci si può basare sulle letture di Edgar Cayce, nonostante l’abbondanza della documentazione trasmessaci, poiché il profeta dormiente, pur fornendo pagine e pagine di informazioni sul mitico continente, visse nel XX secolo.

Atlantide secondo l'immaginario

In Timeo e Crizia Platone descrisse Atlantide come un’isola ricca e felice, in cui tutto abbondava. Estesa più di quanto fosse immaginabile, oltre le Colonne di Ercole, era “un’isola più grande della Libia e dell’Asia messe insieme”. Dai suoi racconti emerge un continente così pacifico che ricorda il paradiso terrestre, ma abituato a combattere per difendersi. Atlantide possedeva una flotta militare immensa, che – sembra, anche se le fonti non concordano per via un anacronismo storico – combatté anche contro la stessa Atene. Secondo alcuni ricercatori, fu proprio la brama di potere degli atlantidei a far perdere loro il controllo e a farli soccombere, in una serie di battaglie scatenate tra gli abitanti. Altri sostengono che Atlantide si inabissò nel giro di un giorno e una notte in seguito ad enormi cataclismi. Altri ancora che in parte si sgretolò e che la parte rimanente fu avvolta dalle acque.

Tante le teorie, e molteplici le date ipotizzate per la scomparsa del leggendario continente. Alcuni, come il Filippoff, sostennero che il cataclisma si sarebbe verificato nell’anno 7.256 a.C., altri tra il 9.400 e l’8.400 a.C. Tra questi, lo stesso Platone, che collocava l’inabissamento del continente nel 9.500 a.C. circa.
La più comune credenza si attesta però intorno al 10.500 a.C. e sembra che anche il Bendandi vi si sia associato. Tornando indietro nel passato, come era sua abitudine fare nello studio dei terremoti e adottando la sua metodologia, Bendandi stabilì con precisione il luogo e l’ora della catastrofe, avvenuta il 10.431 a.C.

“La garanzia che il metodo è buono si ha guardando nel passato”, sosteneva Bendandi.

Atlantide secondo una collocazione immaginaria

Atlantide sarebbe stata collocabile, secondo i calcoli dello studioso faentino, in una precisa zona di terra emersa tra la costa del Portogallo e le isole Azzorre.
Per spiegare la scomparsa dell’isola, Bendandi ricorse ai capisaldi della sua idea di base: La Terra è influenzata da forze gravitazionali interplanetarie che agiscono ciclicamente e in quel particolare momento sarebbe stata soggetta allo spostamento dei poli geografici e al rigonfiamento equatoriale. Una sorta di dislocazione della crosta terrestre, dunque. Conseguenza diretta di questo evento, l’allagamento di alcune regioni emerse, tra cui Atlantide.

Cataclismi di dimensioni  notevoli, ma inferiori, si sarebbero registrati, per il Bendandi, nel 2687 a.C. in coincidenza del diluvio universale, quando il concorso delle forze gravitazionali avrebbe investito un minor numero di corpi celesti, mentre un evento analogo – per intensità – a quello di Atlantide, Bendandi lo avrebbe ritenuto possibile solo nel 2.521 d.C.

Tutte ipotesi, è ovvio, per le quali il condizionale è d’obbligo. Non si può sottovalutare, tuttavia, il fatto che la data 10.500 a.C. ricorra piuttosto di frequente quando si parla di studi riguardanti il prossimo 21 dicembre 2012.

Secondo numerose ricerche, infatti, proprio in quella data si assistette a cambiamenti climatici netti e repentini, violenti terremoti, eruzioni vulcaniche e scioglimento dei ghiacciai. Nel giro di vent’anni o poco più, a cavallo del 10.500 a.C., si registrarono mutamenti meteorologici che portarono a violente alluvioni con estinzioni di massa. Contestualmente, le odierne ricerche sui picchi raggiunti dal Sole hanno evidenziato un’intensa attività solare proprio in concomitanza con quella data e il picco che si registrò all’epoca è identico a quello che si registra oggi. Stranamente, retrocedendo nella storia, troviamo questi picchi del Sole proprio in coincidenza con ciascuna delle quattro grandi Ere del passato, ogni 5.125 anni. E sembra che ciascuna di queste Ere sia terminata con grandi catastrofi naturali.

Dobbiamo allora parlare di pure e semplici fantasie o le intuizioni di Bendandi su Atlantide potrebbero nascondere qualcosa di reale?

Sicuramente si tratta di asserzioni personali da parte di un uomo che non fu “dottore” in materia. L’osservazione scientifica dei fenomeni, inoltre, ci porta a sposare solo quelle teorie seguite poi da una sperimentazione pratica: una sorta di prova “provata”. E nel caso di Bendandi non fu così. La teoria “sismogenica” restò per sempre confinata nei saperi di un uomo che non volle divulgarla per intero, forse  per il timore di non essere preso sul serio. Solo dopo la morte dello studioso ebbe inizio l’opera di catalogazione dei documenti raccolti nella sua casa – osservatorio da parte di sismologhi e ricercatori appartenenti all’associazione “La Bendandiana”.

Osservando le ricerche di Bendandi secondo un’ottica comparativa, possiamo rapportarle a quanto Gregg  Braden, scienziato e ricercatore, ha sostenuto in una conferenza tenuta in Italia lo scorso marzo 2011 e che molto ricorda quanto asserito dallo studioso faentino. Braden sostiene infatti che “Il 2012 si è già verificato nel passato perché fa parte di questa ciclicità, dei cicli di cui stiamo parlando. Diciamo che rappresenta un frattale del passato”. Stando a questa affermazione, e rifacendoci alla ciclicità del fenomeni, tra cui anche il prossimo allineamento dei pianeti previsto al 21 dicembre, non sarebbe poi così lontana quell’ipotesi secondo la quale Atlantide, continente reale e non mitologico, si sarebbe davvero inabissata, come sostenuto dal Bendandi, e che ciò sarebbe avvenuto in coincidenza di un particolare evento planetario durante il quale le forze dei pianeti avrebbero agito sulla crosta terrestre, modificandone la struttura.

Se tutto ciò fosse vero e dimostrabile, l’uomo dei terremoti avrebbe fornito una bella prova sulla quale poggiare la propria teoria e la “sismogenica”, designata a lungo come teoria psicoscientifica, diventerebbe scienza a tutti gli effetti.

Raffaele Bendandi

Nato a Faenza nel 1893, e morto nella stessa città nel 1979, Raffaele  Bendandi, detto “l’uomo dei terremoti”, è oggi uno dei personaggi italiani più controversi per quanto riguarda il campo dei sismi.

Raffaele Bendandi e il suo telescopio

La sua formazione personale non era scientifica, a causa delle origini modeste che lo costrinsero fin da giovanissimo a lavorare dapprima come orologiaio e poi come intagliatore di legno. La grande passione per l’astronomia, però, lo accompagnò per tutta la vita. Il primo telescopio, costruito a soli 13 anni, gli permise di studiare il Sole.

Il 28 dicembre 1908 un terremoto dell’undicesimo grado della scala Mercalli colpì Messina e Reggio Calabria, e morirono 80 mila persone. Bendandi, che allora aveva 15 anni, fu talmente toccato dall’evento che decise di dedicarsi da autodidatta a quella materia così complicata.

Nel terremoto che colpì la Marsica e parte del Lazio il 13 gennaio 1915 accadde qualcosa di strano. Bendandi si accorse di aver annotato, il 27 ottobre dell’anno precedente, proprio la data dei un forte sisma che, secondo i suoi calcoli, si sarebbe verificato nell’Italia centrale.

Da quel momento, di previsioni, Bendandi ne fece davvero tante. Non tutte verificatesi, però.

Circa un secolo fa il terremoto era considerato quasi un castigo divino dalla gente comune, pertanto c’era una sorta di rassegnazione e non si pensava a come tutelarsi, tanto meno a prevederlo.

Nell’800 i movimenti tellurici erano studiati e segnalati solo da una rete di osservatori privati. Alla fine del secolo, su queste basi, nasceva il primo Ente Nazionale per lo studio sismologico.

Bendandi stesso sostenne che per molti anni la spiegazione dell’attività tellurica in Sicilia era stata attribuita all’Etna, quella in Basilicata al Vulture, un antico vulcano spento, e per molti altri sismi si erano trovate spiegazioni analoghe. La spiegazione diventava più problematica quando un terremoto accadeva in Abruzzo, dove l’assenza di riferimenti vulcanici non bastava più a giustificare il sisma con una teoria di quel tipo. Le ipotesi avanzate dalla scienza ufficiale per spiegare i terremoti non erano più in grado di soddisfare lo studioso.

Raffaele Bendandi si era collocato in un vuoto teorico e scientifico della sismologia in quegli anni, e fu uno degli ultimi studiosi, prima della nascita dell’Ente, ad elaborare una teoria che definì “sismogenica” in grado di spiegare scientificamente i terremoti. Purtroppo la stessa non sarebbe mai stata riconosciuta dalla scienza ufficiale.


Le teorie di uno scienziato “senza titolo”

L'uomo dei terremoti

Grazie alla sua esperienza di artigiano, Bendandi mise a punto dei sismografi che gli permettessero di stabilire in modo scientifico, quindi sempre valido, come avvenisse il sisma. Diversi modelli di sismografo sarebbero stati venduti soprattutto in America. Strumenti ancora oggi funzionanti sono conservati nella vecchia casa-osservatorio, come sostiene Paola Lagorio, presidente dell’associazione “La Bendandiana”.
Di questi, al momento, uno solo è attivo, ed è il più potente: permetterebbe infatti di rilevare terremoti fino ai Poli.

Durante la Prima Guerra Mondiale, Bendandi fu mobilitato in una squadriglia a terra poco lontano da casa. Una sera, sul litorale Ravennate, osservando il mare, ebbe una prima intuizione, che avrebbe cambiato il corso delle sue ricerche. Il mare si muoveva assecondando la forza dell’attrazione lunare. Non poteva la crosta terrestre comportarsi nello stesso modo?

Da allora, l’osservazione del moto ondoso avrebbe costituito il punto nevralgico di tutti i suoi studi facendogli elaborare la teoria che sarebbe stata, secondo i suoi calcoli, alla base di ogni sisma.

Nel 1923, in un teatro di Faenza, Bendandi tenne una conferenza nella quale spiegava pubblicamente come fosse proprio la Luna che, oltre a provocare le maree, influenzava la crosta terrestre, determinando i terremoti, e come fosse dunque possibile prevederli.

Sempre nel 1923, il 20 dicembre, presso il notaio Savini di Faenza, stilò e depositò un atto nel quale prevedeva che le manifestazioni telluriche da quel giorno fino al 10 gennaio1924 sarebbero state due:
• la prima, il 21 dicembre dello stesso anno (il giorno successivo alla stipula), giorno per il quale paventava un sisma di origine americana;
• la seconda, più importante per intensità, il 2 gennaio del 1925, per la quale prevedeva un probabile epicentro nella penisola balcanica.

Terremoto previsto da Bendandi in un giornale dell'epoca - 1

Terremoto previsto da Bendandi in un giornale dell'epoca - 2

Osservando le cronache dell’epoca, appare chiaro che il primo terremoto intuito dallo studioso fosse esatto. Il secondo, pur verificatosi alla data prevista, era dislocato rispetto alla zona indicata. Se le date erano giuste, le localizzazioni geografiche erano troppo generiche. Previsioni vaghe, collocate in uno spazio troppo ampio, non potevano avvisare, ma avrebbero creato solo inutili allarmismi.

Fu a quel punto che Bendandi decise di non rivelare il contenuto della sua teoria e si rimise a studiare, nonostante censure e detrazioni.

La sua figura usciva dal mondo accademico e si collocava al di fuori di convegni specifici. Le sue affermazioni rischiavano di diventare pericolose e gli scontri con la scienza ufficiale avvenivano tramite carta stampata. Diatribe a distanza che acuivano un clima già teso tra la scienza cosiddetta ufficiale e lo studioso.

Nel 1926 la Società Sismologica Italiana (di cui era membro), nei panni del prof. Agamennone, suo direttore, e appoggiata dal Ministero dell’Interno, diffidò formalmente Bendandi dal pubblicare altre previsioni sui terremoti in Italia, pena l’esilio. La nomina a Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, attribuitagli da Mussolini, gli fu revocata. Bendandi, però, ormai conosciuto oltre oceano, continuò pubblicare le sue previsioni sui giornali americani.

Bendandi studia l'attività del Sole

La sua ricerca, intanto, continuava, portandolo a scoprire un ciclo undecennale del Sole e l’esistenza di un altro corpo celeste situato tra quest’ultimo e Mercurio, pianeta che denominò Faenza.
In realtà sullo stesso pianeta erano state già eseguite ricerche nel secolo precedente e il matematico Le Verrier aveva formulato l’ipotesi della sua esistenza, chiamandolo Vulcano, ma senza riuscire a dimostrarne la presenza oggettiva.

Bendandi e gli effetti del Sole sulla criminalità

In merito alle macchie solari e all’attività più o meno intensa del Sole, invece, Bendandi valutò le interferenza che queste potevano avere sulla mente umana, quali effetti anomali sulle persone, in grado di spiegare atteggiamenti improvvisi di violenza o pazzia. Lo studioso riteneva che le macchie potessero essere una conseguenza dell’attività gravitazionale dei pianeti che circondano il Sole.

Nel 1929 Bologna fu colpita da uno sciame sismico che si protrasse per mesi. Bendandi tentò di avvisare il prefetto della città, ma rimase inascoltato.

Nel 1963 Bendandi previde un terremoto a Faenza, la sua città, ma anche lì non gli fu data retta. In seguito Stefano Servadei, ex deputato, venuto a conoscenza per puro caso della previsione, sollevò la questione in parlamento per riabilitare la figura di Bendandi agli occhi di chi si sentiva danneggiato dalla sua attività. Un Bendandi ricercatore e scienziato a tutti gli effetti, secondo il parlamentare, pur se privo di un titolo di studio.

In realtà, la diffidenza verso Bendandi era anche di altra natura.

“La scienza ufficiale è rimasta perplessa” sosteneva egli stesso “in quanto che è ancorata al concetto che il terremoto sia un fenomeno di natura puramente geologica. Invece, in realtà il terremoto, sì, avviene sotto terra, ma chi turba l’equilibrio tellurico sono le masse planetarie esterne”.

Tettonica a placche

Fino a quell’epoca, in effetti, lo studio dei terremoti aveva trovato spiegazione unicamente basandosi sulla teoria della “tettonica a placche”, elaborata da Alfred Wegener e accettata ufficialmente intorno al 1915 quando lo studioso, nell’opera La formazione degli Oceani e dei Continenti espose la sua teoria sulla Deriva dei Continenti.

Durante una testimonianza originale rilasciata nel 1968, Bendandi affermava: “L’origine dei terremoti, secondo le mie teorie, è prettamente cosmica. Il terremoto avviene, secondo i dati da me raccolti e controllati, avviene quando, nel giro mensile di una rivoluzione lunare, l’azione del nostro satellite va a sommarsi a quella di altri pianeti” e, dice con convinzione, i terremoti sarebbero “prevedibili esattamente”.

È del maggio 1976 l’ultima e inascoltata previsione di cui i giornali parlarono solo a posteriori. Il 6 maggio tutto il nord Italia, in particolare il Friuli e la Slovenia, furono colpiti da un sisma catastrofico che, oltre a un migliaio di morti, lasciò 45 mila persone senza tetto. Ancora una volta, “l’uomo dei terremoti” non era stato ascoltato. I giornali parlarono di una ripresa tellurica che Bendandi aveva previsto fin da dicembre proprio in quelle zone dell’Italia settentrionale. Perché nessuno gli aveva creduto?

“La previsione vuol dire: luogo, tempo e magnitudo del terremoto. Se una di questa viene a mancare, o è molto ampia, ci si prende sempre” afferma Graziano Ferrari, sismologo dell’INGV. Purtroppo, le previsioni del ricercatore non erano sempre precise sui tre fattori contemporaneamente.

Bendandi aveva parlato di una specie di “parallelogramma delle forze”, chiuso dalla luna e nel quale scattava un meccanismo che dava origine ad un evento sismico, che poi aveva luogo sulla Terra.

Secondo quanto afferma Paola Lagorio, Bendandi vide che la “risultante” non tornava, finché non si accorse della presenza di quattro elementi che perturbavano il sistema solare: i trans nettuniani, di cui determinò massa, periodo di rotazione e di rivoluzione e che chiamò Rex, Dux, Roma e Italia. Includendo questi corpi nel parallelogramma, intuì che la sua teoria funzionava.
L’effettiva presenza di questi corpi celesti, però, non fu mai dimostrata.

Giordano Cevolani, astrofisico, sostiene che il lavoro di Bendandi è pionieristico, ma non è stato l’unico a ipotizzare la presenza di corpi giganti al di là di Nettuno.
Secondo Marco Mattina, geofisico, per Bendandi questi pianeti si muovono nel tempo e fanno sì che si ripeta con periodicità il loro passaggio all’interno di quella posizione.

In una testimonianza successiva, del 1979, Bendandi sostenne di essere sicuro della sua teoria, poiché nei suoi studi era “andato negli anni remoti, fino all’era volgare e ho trovato più di ventimila fenomeni” e ancora “la garanzia che il metodo è buono si ha guardando nel passato”.

Nonostante la fermezza con la quale continuava a perseguire le sue idee, Bendandi non pubblicò mai una esposizione scientifica e dunque verificabile delle sue teorie, limitandosi a studiare il movimento dei pianeti e delle stelle e sostenendo fermamente l’effetto gravitazionale che la Luna ha sulla crosta terrestre, oltre che sulle maree.
Lo studioso affermava che i terremoti fossero il risultato delle sollecitazioni che la crosta terrestre subisce in seguito agli assetti planetari. Strati profondi della superficie terrestre, allo stato semiliquido, erano soggetti a rigonfiamenti e slittamenti dovuti a movimenti che avvengono nella nostra galassia.
Quella che Bendandi ipotizzava, per così dire, era una sorta di tettonica a placche della nostra galassia.

Troppo, probabilmente, per una società ancora impreparata ad affrontare dinamiche così distanti dal suo piccolo mondo, e sicuramente troppo per una persona che non aveva una formazione scientifica, ma solo delle – seppur grandi – intuizioni.

Ipotesi, dunque, e non teorie enunciate pubblicamente. Nessuna delle sue scoperte poggiava su basi geologiche concretamente dimostrabili.

Fu proprio questo forse il limite maggiore di Bendandi.

Le sue affermazioni furono osteggiate e censurate, fino a diventare oggetto di scherno da parte di chi non credeva alle sue previsioni. E la sua teoria sismogenica, per la quale ancora oggi non si è ancora stabilito alcun riscontro scientifico a livello geologico, è considerata ancora una teoria psicoscientifica.

Le accuse di carenze o mancanza di precisione che le sono state mosse, infatti, sono davvero tante.

Da un documento di Voyager del 2009 si evince che secondo Enzo Boschi, presidente dell’INGV, la teoria sviluppata da Bendandi avrebbe un grosso punto debole: il non rispetto del principio di conservazione dell’energia. “La Luna o i pianeti in genere influenzano la Terra, però le energie in gioco sono piccolissime, rispetto all’enorme quantità di energia che ci vuole per fare un terremoto”.

A dispetto di ciò, tuttavia, va detto che possono esserci anche cause concomitanti nei terremoti.

“L’effetto gravitazionale, soprattutto quello della Luna, è visibile con le maree. – sostiene Rodolfo Console, sismologo presso l’INGV – Si vede che sposta gli oceani, di metri. Ma sposta anche la Terra solida, il suo interno. Ci sono variazioni di forma della Terra, ogni circa dodici ore, per effetto delle maree terrestri, nell’ordine di metri, come allungamento e accorciamento. E queste variazioni, soprattutto a causa della Luna, meno del Sole e meno ancora degli altri astri più lontani, hanno un effetto anche sulla tensione elastica che c’è all’interno della Terra. Quindi esiste una realtà di tipo gravitativo nell’interazione tra gli astri e la Terra”.

Forse ancora troppo poco, tuttavia, per dar credito ad uno studioso “senza titolo”.

Bendandi morì nel 1979, a 83 anni, nella sua casa. In quella che era diventata una vera e propria biblioteca-osservatorio, tutto venne trovato in ordine, ma poco tempo dopo, qualcuno penetrò di nascosto, lasciando dietro di sé grande disordine tra le carte.

Non si è certi di cosa sia stato sottratto, fatto sta che molti pensano al trafugamento di documenti importanti. Ci si chiede ancora chi e per quale motivo possa aver messo mano alla sua documentazione e se qualcuna di quelle carte riguardasse il terremoto che Bendandi sembra avesse previsto nell’Italia centrale tra maggio e giugno del 2011.

In realtà la data diffusa nel web corrispondeva all’11 maggio, ma quella prevista da Bendandi sarebbe stata un’altra. Non si sarebbe parlato inoltre di Roma, ma di una zona imprecisata dell’Italia centrale. Ricordiamo però che proprio l’11 maggio un terremoto ci fu, ma in Spagna, e morirono 5 persone. Che relazione ci sarebbe, allora, tra il terremoto di questa data, che pare diffusasi erroneamente in internet, e il terremoto effettivo dell’Andalusia?

Flessibilità della crosta terrestre, attrazione che i pianeti del sistema solare esercitano sulla Terra, la periodicità dei loro allineamenti, la periodicità dei terremoti: sarebbero questi i punti cardine della teoria di Bendandi. Ipotesi suggestive per molti, ma forse funzionali a spiegare quanto accade sempre più spesso sul pianeta.

Raffaele Bendandi , 1893 – 1979

Le ricerche di Bendandi mostrano gli studi di un uomo che non volle fermarsi alla pura realtà geologica del terremoto. La sua teoria trasgrediva la finitezza tutta umana e terrestre, della quale riconosceva i limiti con un’obbiettività necessaria e forse maggiore rispetto ai “veri” scienziati.

Lo stesso approccio Bendandi lo ebbe anche per quanto riguarda la scomparsa della “presunta” mitologica Atlantide. Retrocedendo in un’epoca che fino ad allora non era stata neppure presa in considerazione, e basandosi su assunti simili a quelli identificati nei terremoti, fornì una spiegazione che poggiava proprio sul gioco delle forze interplanetarie e sulla periodicità degli spostamenti dei poli geografici.